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“Quadri” di Maria Cantori

Un nome antico è quello dell’Arno. Si dice significhi moto delle acque e alveo incavato del fiume. Nel suo fluire verso il mare attraversa campagne e città di rara bellezza, le sue correnti incontrano attimi di vita, apparentemente insignificanti, di persone che vicino al fiume hanno vissuto. E si uniscono. Con moti pregnanti richiamati da un suono, una luce, un odore, accolti nella cavità profonda e portati alla luce dal confluire del ricordo, dell’immaginazione, del sogno, diventano una cosa sola nel tumulto delle acque.

Suo fratello era partito. Era rimasta la sua foto, il volto romantico e delicato, i grandi occhi dallo sguardo intenso, la bocca ben disegnata in un’espressione seria e malinconica.I giorni passavano lenti tra il Mulino e la solitudine della casa, non aveva un fidanzato, non si sentiva bella, aveva occhi piccoli e niente della seducente bellezza del fratello. Lavorava e aspettava, aspettava che finisse la guerra, un uomo che la guardasse con amore e la proteggesse dalla solitudine e dall’attesa che la costringevano in una camera vuota senza finestre, dalla quale non riusciva a vedere cosa succedeva fuori. Anche se ben fatta, era piccola di statura, come se il suo corpo delicato non avesse creduto di poter fare grandi passi per affermarsi, e anche per poter passare inosservata e nascondere, a se stessa e al mondo, quella sottile paura con la quale l’aveva nutrita sua madre. La notte spesso le capitava di sognare il fiume, a volte simile ad una prigione di ghiaccio nero dove tutto sembrava immobile e privo di vita, altre come un fermento di ponti sui quali arrampicarsi e guardare le stelle. E quando sul lungofiume il giovane in divisa si dichiarò, quella notte stessa, quando finalmente riuscì a prendere sonno, vide se stessa affacciata alla spalletta, il fiume ghiacciato e onde irrigidite stagnanti nel bianco. Nel sogno un luccio balzò fuori, grandissimo, fino a toccare la luce fioca dei lampioni, schizzando ghiaccioli intorno.

Si svegliò in un sussulto. Le immagini erano state forti e ancora un po’ stordita tentò di capire se era già il momento di alzarsi oppure no. Poi si accorse del buio. La casa si trovava vicino al fiume e ne poteva sentire lo scorrere nella notte. Allora dormiva in una piccola branda insieme a sua madre e nel calore del suo corpo ascoltava storie che poi confondeva con la realtà. Quando arrivava la bella stagione, la domenica, scendeva al fiume insieme ai suoi amici. Sua madre e gli altri adulti avevano cestini con pane, formaggio e frutta raccolta nei campi abbandonati. I ragazzi più grandi, bottiglie che avrebbero riempito alla fontana. Imboccavano il sentiero che sconnesso arrivava alla riva. I bambini in piccolo gruppo, gli adulti dietro raccontandosi storie. Nella discesa la penombra odorava di foglie di fico a cui il vento leggero aggiungeva suoni diversi di voci lontane. Le parole diventavano lievi nel silenzio del verde e i bambini si scambiavano sguardi d’intesa. Ecco, la luce esplodeva, erano arrivati, le voci si alzavano di tono, si cercava un posto per sistemare le cose e ci si preparava a scendere in acqua. Quel giorno in una confusione di cappelli, di giochi e di scherzi si insinuò uno strano sciacquìo e fu lì che si rammentò di Ondina, la ninfa dai lunghi capelli e dalle umide braccia. Colei che abitava il fiume e che attirava i bambini fino a farli annegare. Così, come sua madre le raccontava.A nulla servirono preghiere e moine, quel giorno non ne volle sapere di avvicinarsi all’acqua.

Da giorni non scendeva alla spiaggia di rena. Il tempo stava per scadere e i suoi movimenti erano diventati lenti e pesanti. Anche pensieri e sensazioni seguivano altri ritmi con un’attenzione a segni, che le sembrava di vedere e sentire solo lei. La giornata livida confondeva la sua luce agli odori del fiume, un misto di legno bagnato, fiori decomposti e gorgoglìo d’acqua. Quel giorno aveva indossato un semplice abito di candida mussola, cucito a mano da una vicina di casa. Non era una sarta vera e propria, ma quando le aveva chiesto aiuto, aveva detto di sì con entusiasmo. Le scarpe anch’esse bianche, le aveva avute in prestito da un’amica e i guanti, che le coprivano appena i polsi, li aveva trovati, proprio della sua misura, per poche lire in un banco di merceria. L’immagine che lo specchio le restituì fu quella di una giovane donna dallo sguardo luminoso. La cerimonia fu semplice e breve, con pochi amici e due testimoni. Sopra le spalle aveva indossato un soprabito forse un po’ grande per lei e in mano stringeva dei fiori di campo legati in un mazzolino che lo sposo le aveva regalato. Sembrava una bambina un po’ goffa che aveva occhi solo per il giovanotto serio che le stava accanto. Dopo gli anelli, l’unica vera spesa di quel matrimonio, le firme, i baci, i sorrisi e le lacrime, scesero all’approdo. Lo sposo l’aiutò a salire sulla chiatta ormeggiata, e il traghettatore, in silenzio, prese a tirare una fune che li avrebbe portati all’altra sponda. Nel pieno della corrente, uno scricchiolio nel legno le fece allentare la presa e il mazzolino sfuggì nell’acqua. Un sentore di colore e in un soffio era già lontano. Lei rabbrividì e il cielo si fece grande. All’improvviso.

Qualche notte prima sognò di essere fatta d’acqua, affondava ad ogni respiro verso lo spazio dove le correnti erano raccolte. Rena e ghiaia giravano intorno fino a non distinguersi più. Poi l’immagine di una barca che leggera andava sul fiume. Nacque di prima mattina. Dopo una veglia di pioggia infinita. Le sembrò forte e vulnerabile in quel primo respiro di pianto. Il padre nell’odore di terra bagnata seppellì la placenta lungo il fiume, vicino alle radici di un pioppo, l’albero della leggiadria e della luce. Lei gli offrì il seno con tenerezza, e nel segreto dell’intimità sentì tutto quello che c’era stato prima di allora, in uno scorrere di desideri, sogni, speranze, affetti, come un movimento di acque. E guardandolo lo chiamò Arno.

Fiume e vita scorrono, confluiscono verso uno stesso punto. A tratti si distingue il moto dell’uno e quello dell’altra. Poi, ad un certo punto, diventano una cosa sola. Mischiandosi.