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“Nora” di Luigina Liperoti

nora

Tutto scorre, scoorre, scoorreee…

Scorre la vita, Nora, devi stare al passo! E’ l’esortazione che quotidianamente faccio a me stessa per poter andare avanti. Sono piuttosto stanca, ma non mi arrendo, ho mille risorse.

Nei momenti di tregua dalla routine di ogni giorno, la mia mente si trova a divagare avanti e indietro nel tempo, frugando tra allegri e tristi ricordi della vita vissuta insieme ad Andrea, l’amore della mia vita. Legittimo tentativo dell’animo di volersi dare ristoro.

Ripenso ad una gita sull’Arno fatta con un gruppo di amici su un barchetto condotto da un uomo che vogava a pertica come i vecchi renaioli. Già, i renaioli, operai che hanno lavorato duro. Luciano, che conduceva il barchetto, raccontava di questo faticoso, rischioso e poco remunerato lavoro che uomini ferrei hanno svolto nei secoli. Sembrava quasi di vederli e sentirne l’odore acre del loro sudore mentre provvedevano all’estrazione della rena dalle cave del fiume, vagliarla e ammassarla lungo le sue sponde, suddividendola in mucchi in base alla sua finezza. E infine, dopo averla fatta asciugare nei renai, trasportarla adoperando il barroccio e i barchetti o navicelli. Tutto questo raccontava Luciano su quegli uomini di un tempo, rappresentanti di un antico mestiere e patrimonio di conoscenze legate all’Arno e alla città.

Non posso fare a meno di pensare con quanta dedizione e fatica si adopera ogni persona per conquistarsi una vita dignitosa. Così, anch’io vivo la mia: ho Andrea, due figli, un lavoro. Vivo in una casa ai margini di un bosco. Sul davanti, un prato dove nei pomeriggi d’estate, distesa su una sdraio, leggo godendomi la frescura offerta dagli alberi e di sera assisto ad uno spettacolo davvero suggestivo: le danze amorose di mille lucciole. Poco distante, procedendo in salita, un sentiero conduce ai ruderi di un antico castello. Quante delle mie passeggiate insieme ad Andrea lo hanno avuto come meta! Quante storie avventurose echeggiate: principesse in pericolo da prodi principi salvate. E vissero tutti felici e contenti!

Un’atmosfera fiabesca quella in cui ho vissuto fino a qualche tempo fa. Tutto scorreva placido e tranquillo e nulla sembrava poter intaccare la mia serena, normale vita quotidiana. Ma un giorno di marzo, tempo in cui la natura si ridesta e sembra offrire agli uomini la viva gioia di una rinascita, tra i profumi di bosco si è insinuato qualcosa dal sapore amaro, come di un filtro malefico preparato da una strega. E’ da qui che è iniziato il calvario. Un male subdolo e minaccioso si è insediato nella testa del mio compagno. Lì, dove ha sede la sala comando che dirige le nostre azioni, si è annidata una massa scura creando scompiglio nel normale equilibrio delle funzioni vitali. Eppure mi sento forte e più che mai battagliera nel fronteggiare questa prova, ho il sostegno prezioso e fondamentale dei miei figli. E’ una condizione nella quale nessuno si augura di trovarsi mai, ma sin dal primo istante io so che nulla può avere maggiore importanza di ogni gesto, ogni azione che io posso fare per mitigare, se non arginare, ciò che come un fiume in piena ha investito con tutta la sua violenza la vita della mia famiglia. Di giorno in giorno insieme ai miei figli assisto impotente all’evolversi della malattia. Passa il tempo, la situazione diventa sempre più grave. Un uomo vitale, instancabile lavoratore, prodigo di amore per gli altri, amante della natura e come sua creatura non risparmiato da un atto tanto inclemente, simile all’innesco di un corto circuito che vuol spegnere una lucciola. E come lucciola quell’uomo, il mio uomo, pur nella sua debolezza, a quel danno che pare irreparabile oppone fino all’ultima scintilla nella sua ostinazione alla vita.

Il nostro mondo è ormai circoscritto alle mura domestiche e alle visite in ospedale. In questa dimensione spaziale procede la nostra vita, come sospesa nel tempo. Io vigile e pronta, di giorno e di notte, a custodire e difendere il mio amore.

Adesso mi trovo ad essere le sue braccia, le sue gambe, la sua testa.

Evocando quella gita di una giornata spensierata, seppur lontani, ben vividi mi giungono i suoni delle risa e delle chiacchiere mie, di Andrea, degli amici, ne rivivo l’atmosfera gioiosa e risento il leggero venticello che accarezzandomi i capelli portava con sé il dolce profumo della rigogliosa vegetazione fluviale. Procedendo sul fiume, scorrono i monumenti e i palazzi della città, scorrono le vite dei suoi cittadini e dei turisti che, affacciati dai ponti, scattano foto salutando il passaggio del barchetto.

Rifletto. Il fiume, l’acqua: fonte di vita ma che nasconde anche grandi insidie. Ed ecco che riaffiora la commozione che mi ha suscitato uno spettacolo dal titolo “Come l’America” che ha per palcoscenico due barchetti e la città è scenario a filo d’acqua. Racconta dell’alluvione del ’66 rivissuta attraverso la storia di due giovani fidanzati mai sposi: lui insegue l’America, lei sogna un uomo come il padre. Due vite, animate ciascuna dai propri sogni, spezzate dal fiume che è arbitro e custode del loro destino.

E tutto a un tratto il lieto ricordo si trasforma. Al barchetto e al renaiolo si sovrappone l’immagine di dantesca memoria: Caronte. Il fiume mi appare allora nel suo antico simbolismo di luogo di transito fra vita e morte. Caronte, il traghettatore di anime. Lo vedo. Lo vedo giungere da lontano. La sua figura in abito porpora appare maestosa e severa mentre avanza remando sulla sua barca luttuosa eppure splendente nel nero laccato della sua vernice. Mi sembra di sentire la sua voce che con tono perentorio dice: “E’ giunto il tempo. Devo prenderlo”. L’acqua sembra innalzarsi e, sommergendomi fin sopra la testa, entrarmi in gola. Scossa da irrefrenabili sussulti, sento mancarmi il respiro, ricaccio indietro con forza quel pensiero e quel ricordo scorre, scoorre, scooorreee fino a svanire nelle fredde acque dell’Arno.

Basta così! Per oggi non scrivo più. Le mie parole fluiscono in libertà, domani tutto scorrerà seguendo la corrente.