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“La gita” di Anna Bartoli

Prof. ma dobbiamo davvero? Che ci importa di andare a vedere un vecchio rigagnolo puzzolente?
Sì, dai, prof. facciamo altro, è noioso!
“Come al solito, i ragazzi si mostrano entusiasti ed accolgono con gioia le proposte fatte”, pensò Anna, mentre raccoglieva l’agenda da sopra la cattedra con una mano, spegneva il pc con l’altra, spingeva con il piede la sedia sotto la cattedra e guardava con la coda dell’occhio Fabio, il ragazzo ripetente arrivato due giorni prima e ancora nella fase della cosiddetta contestazione non propositiva.
Via meno storie, su, lo sapete che la democrazia in questa classe non c’è: comando io e si va!

Il “gregge” si accinse a indossare parka, piumini e simili ( indumenti che li rendevano una massa quasi omogenea e ciondolante); molti presero di straforo le pantagrueliche colazioni e le intascarono – non senza aver dato un morso al panino per chiudere almeno in parte la voragine che ogni adolescente ha al posto dello stomaco; alcuni diedero un’occhiata furtiva al display del cellulare di ultimissima generazione (“no, non mi ha cercato nessuno…”), altri si limitarono ad uscire dall’aula, godendo del semplice piacere di non restare tra le quattro mura, per non parlare della possibilità, se l’uscita si fosse prolungata, di saltare il compito di matematica!
La “gita”, come la chiamavano le creature, in realtà era la tappa finale di un progetto nel quale agli studenti era stato chiesto di imparare a conoscere meglio il luogo in cui vivevano, attraverso i ricordi dei nonni e degli anziani, documenti d’epoca, incontri con esperti.

Per Anna era stato qualcosa in più. Lei l’Arno lo aveva conosciuto quando ancora era un fiume e non un “rigagnolo puzzolente”, come dicevano i ragazzi.
Nei suoi ricordi, le rive erano verdi, con un intrico di rovi che le avevano graffiato tante volte le gambe grassottelle quando cercava di scendere più vicino all’acqua.
L’acqua.
L’acqua non era mai uguale.
C’erano volte in cui era impetuosa, la corrente trascinava con sé rami secchi, esili tronchi, lambiva le sponde spruzzando e schizzando…faceva paura.
Ce ne erano altre in cui era così bassa che ci si domandava come facessero a viverci i pesci.
Il fango affiorava, si seccava, faceva delle crepe simili a quelle che la nonna faceva “magicamente” apparire sulla torta all’olio della domenica.
Ma questo era stato molto, molto tempo prima.
La nonna non c’era più.
L’Arno non c’era più.
O meglio, c’era qualcosa, un fantasma di ciò che era stato.
Le rive disordinate, gli alberi piegati dalla corrente, i sassi sui quali si stendeva a prendere il sole con la sorellina, mentre il babbo pescava …erano diventate un argine di cemento: molto, troppo, ordinato.
Anche le acque si erano ingrigite, ma non come i capelli della sua mamma, segni di un tempo pienamente vissuto e trascorso, un grigio che era gloriosa conquista dell’età.
Nonostante l’attenzione fosse oramai molto alta nei confronti dei bisogni della natura, gli Ambientalisti avessero oramai la maggioranza in Parlamento dalla fine del primo quarto del XXI secolo e non si potesse nemmeno “pensare” di far cadere una cartaccia per terra senza incorrere in sanzioni pesantissime…era stato troppo tardi per l’Arno.
Anche il clima ci aveva messo del suo.
Meno piogge, scarse nevicate…e pian piano l’impetuoso fiume si era ritirato in se stesso, si era prosciugato…riducendosi alle dimensioni odierne.
Questi pensieri avevano distratto Anna e non si era quasi accorta di essere giunta a destinazione.
I ragazzi avevano approfittato della sua distrazione e abbondantemente “socializzato”: due ragazze avevano anche fatto in tempo a fidanzarsi e farsi lasciare (da due ragazzi diversi, che non è ovvio…)

Mi raccomando fate attenzione! Non vi sporgete!
E ora che si fa? Bella roba… dai, si torna a scuola?
Guardatevi intorno, su, fate uno sforzo, guardate con gli occhi dei vostri nonni…insomma, qualche documentario sul fiume l’avete visto! Immaginate…

Gli studenti avrebbero dovuto produrre un elaborato finale, una sorta di “tesina”, relativa al “ProgettoArno” ma, come al solito, si sarebbero limitati a scribacchiare 2/3000 battute e lei le avrebbe corrette, integrate: praticamente riscritte.

Prof. ma qui, in questo pannello, si dice che c’erano anche i PESCI! Figo!
“Certo che c’erano i pesci: pesci gatto, anguille… ora loro li vedono solo se visitano un acquario…”
Avete fatto qualche foro? Preso appunti (“ ma che dico?!”) su, si rientra!
Era l’ora… che pizza ‘sta gita! Quasi meglio il compito di mate!
Luca, non esagerare!

Come in un cambio velocissimo di quinte in teatro, scomparvero gli argini grigi, tornò il verde, le acque presero a scorrere con un ritmo diverso, ineguale, tumultuoso…risa infantili.
E le vide: due bambine, una con le guance tonde e colorite, le treccine bionde e un Topolino in mano; l’altra minuta, con un capo di biondi ricci, senza gli incisivi superiori, che giocava con una Barbie.
Sdraiate sugli scogli, prendevano il sole ridendo.
Dietro di loro, un pescatore della domenica, con una canna in mano:
Non vi ci porto più – disse a mezza voce – fate troppa confusione!
Ma si vedeva che non avrebbe mantenuto la minaccia…La bimba con le treccine, l’Anna di allora, fece un cenno con la mano…una specie di saluto, all’Anna del presente.

Un fermo immagine.
Un tuffo al cuore.

Il fiume tornò a scorrere regolare.

Disegno: Federica Bozza