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“In bilico sui tacchi a spillo” di Antonella Bracaloni

C’erano le finestrelle di Ponte Vecchio, quelle ai piani superiori. Le sembravano tanti occhi. Chiusi.
Chiusi anche gli sporti delle botteghe alla sua destra, di là dalla strada. Chiuso il portone della chiesa luterana o calvinista o come cavolo doveva chiamarsi. In quel momento, coi tacchi a risuonare sul marciapiede e nella sua testa, divorata dall’ansia, quella parola, proprio non le veniva.
Per una volta resistette all’impulso dell’ennesima foto. La notte e le luci artificiali, nel suo dispositivo, coloravano tutto di giallo ambrato. Per quanto, se fosse riuscita ad acchiappare l’attimo con quel deserto sotto gli Uffizi, sarebbe saltato fuori uno scorcio alla De Chirico. Ma De Chirico non c’entrava, con Firenze e poi, di insolite stranezze ve n’erano già fin troppe.
A cominciare da quel sentore di primavera sul finire di gennaio. La stuzzicava e la spiazzava.
E i tacchi alti? Tutto fuorché comodi. Infatti, ne faceva uso ogni morte di papa. Avvertiva con malcelato rammarico di aver perduto un tratto inconfondibile, qualcosa che non c’entra con l’età anagrafica o con ciò che si indossa. Una faccenda di alcune donne a tutte le latitudini: sembrano sempre ragazze, anche con abiti eleganti o austeri. Allora chissà…tacchi come esorcismo o per stupire le colleghe. Veramente, erano sue dipendenti ma come aveva fatto sua madre, manteneva con loro un rapporto paritario. Una molto giovane, con idee innovative, competenza ed entusiasmo da vendere. Un paio già nonne, quasi in età pensionabile.
I tempi erano complicati, non avrebbe potuto assumerne di nuove. La sua famiglia, da generazioni, lavorava nell’alta moda.
Continuò a camminare. Cercava l’auto parcheggiata sulle strisce blu prima del Ponte alle Grazie ma del suo automezzo nemmeno l’ombra.
La storia infinita: più era stanca e agognava casa sua, più tempo perdeva a cercare le cose, a cominciare da quelle ficcate in borsa.
Non fece in tempo ad imprecare perché lo sguardo si spinse fino al pilone del ponte, dove c’era quella scultura così spiritosa…l’omino di Clet. Sì, però, “l’omino Bic” era scomparso e non poteva credere ai suoi occhi: una gondola, scultura o imbarcazione reale, stava sistemata alla bell’ e meglio al suo posto. E sull’argine in basso sotto ai Canottieri, ne scorse altre due ormeggiate. Pensò a uno scherzo ma si chiese anche se qualche sodalizio fra città non prevedesse, a carnevale, di ospitare rappresentanze veneziane.
Ma via…tutto può essere e comunque, quella barca piazzata lassù, ci stava a dir poco male.
Passò in rassegna nella mente la sua immagine che arrancava di nuovo verso Ponte Vecchio e si sentì buffa. Scuoteva il capo come un’acida brontolona. Un pochino disperata, anche, ma quasi per celia; solo che il piede sinistro cominciava a bruciare per una vescica. Girandosi per ispezionare il calcagno perse l’equilibrio e si aggrappò alla spalletta.
Fu allora che, distintamente, ne percepì la presenza.
Imponente, inarrestabile, procedeva verso di lei, col suo gigantesco corpo scuro. Pece, una parola antica, saltata fuori da chissà quale racconto dell’infanzia. Mai e poi mai ne aveva vista nella realtà ma a tanto la portò la fantasia.
Però c’era anche quel brillìo, distribuito e diffuso, che lo ricopriva come squame. L’enorme animale sembrava così luccicare, nel movimento perpetuo.
Tutto si svolgeva in totale silenzio e le sembrò impossibile.
La città apparentemente addormentata e l’Arno in piena.
Era talmente vicino… avrebbe potuto sporgersi appena oltre la spalletta e toccarlo.
Il fiume può essere feroce e gentile. Non ricordava chi lo avesse detto ma si rivide in quell’estate della prima elementare con la Luisina, insieme ai genitori di lei, a tuffarsi all’Albereta. C’erano i bagni pubblici con le cabine e volendo, si affittavano i costumi. Un altro millennio. Sua madre lavorava spesso pure di domenica e l’affidava volentieri a quella brava famiglia.
Le parve immenso, in quel momento.
l’Arno.
Incalcolabile, determinato e saggio.
Strana questa cosa ma proprio alla saggezza, le venne da pensare. Fece ancora qualche passo, come incantata e per nulla spaventata nonostante i ricordi e le immagini del Sessantasei. Si sentì talmente attratta…Con minimo sforzo poteva arrampicarsi e abbandonarsi. Non era mica tipo da affidarsi facilmente, lei. Però si immaginò davvero abbracciata. Avvolta.
E poi pensò alla fine.
La fine di tutto il pensiero.
Il brivido di terrore nacque come dalla testa. Qualcosa di lei stava andando a brandelli, per trastullarsi con quei pensieri.
Improvvisamente, si trovò in Piazza Demidoff ma anche lì c’era troppo, troppo di strano. La Pensione Silla sembrava come avanzata verso la strada e il cortile si saldava in tutt’uno col resto dello spazio.
Ed era comparsa una fontana! Un giardino arabescante, come spesso aveva immaginato, proprio sotto il chiostro.
Finalmente comprese. Stava di nuovo accadendo: sognava e sapeva di sognare.
Fu quando la sveglia suonò.
L’ennesima domenica trascorsa negli uffici commerciali del Centro e al rientro, saltata la cena, era sprofondata nel sonno fino al mattino.
Mioddio, stava facendo come sua madre ai tempi dei bagni all’Albereta.
Carla non si mosse. Rivisse il terribile fascino, la vertigine del sogno: lei e l’Arno un’unica cosa.
Cominciò a sentirsi il corpo e il piede sinistro le doleva come per una vescica.
Quando la gatta zompò sul letto Carla stava per addormentarsi di nuovo.
Per quella mattina sarebbe rimasta a casa. Altro che tacchi alti! Questo, avrebbe stupito davvero le colleghe.
I problemi li avrebbe risolti. Aveva già qualche idea. Delegare, trasferire per gradi il lavoro alle altre.
E poi c’era Eleonora, assunta meno di due anni prima. Nemmeno trentenne, una figura delicatissima e minuta che le ricordava tanto Audrey Hepburn.   Innamorata del suo lavoro e determinata, riusciva a creare certe collezioni…Usava materiali innovativi e impensabili ma buon gusto e perfino classicità erano salvi. Magari si sarebbe inventata una sfilata notturna, proprio ai Canottieri. Magari ci avrebbero messo tante barche insolite.
Carla non voleva abbandonare la nave, soltanto, lavorare coi tempi più umani.
Nel pomeriggio, avrebbe lasciato l’auto a casa e senza orologio alla mano si sarebbe imposta di camminare un po’.
Le polacchine color prugna erano ancora da rinnovare e poi, voleva sapere cosa fosse accaduto all’omino Bic