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“Il “mio” tratto d’Arno. La colonia fluviale” di Vincenzo Dainelli

Fu da quel posto che tutti chiamavano “Bocca d’Ambra” la prima volta che l’ho visto. La nonna mi conduceva lì, dove l’affluente Ambra si immette nell’Arno perché, diceva, mentre guardavo lo scorrere delle acque, riusciva a farmi mangiare tutta la merenda.
Era terminata  da poco la guerra. 
Di domenica molte famiglie si ritrovavano non poco distante,”all’Acquaborra”, richiamati dall’incantevole paesaggio sulle rive dell’Arno, dove era possibile rinfrescarsi ad una piccola fonte da cui sgorgava un’acqua “frizzante” dallo strano sapore. Fu la progenitrice delle attuali acque minerali gassate, in quanto poi quella sorgente fu sfruttata per l’imbottigliamento. Per diversi anni ancora quella che era chiamata La Valle dell’Inferno, rimase la meta preferita di molti, fino a quando, alla fine degli anni cinquanta con la costruzione dell’attuale diga il bel paesaggio che contraddistingueva quella zona fu reso, purtroppo, meno suggestivo.
Passò del tempo e la mia famiglia si trasferì a Montevarchi. Il rapporto con l’ Arno era saltuario fino a quando mi spedirono, un’estate, nella colonia elioterapica posta sulla riva sinistra del fiume. La struttura, inaugurata nel 1926 in onore della Regina Margherita, era la prima in Toscana e fra le prime in Italia.
Ricordo un gran capannone, un prato spelacchiato e decine di bambini dall’aria imbronciata che con i loro grembiulini tutti uguali si distinguevano solo per le codine infiocchettate, le bambine, e per i capelli a spazzola, i bambini. Non distante un casottino traballante ospitava, al “meriggio” delle acacie, interminabili e combattute partite di briscola e tressette infiorettate da uno strano linguaggio: striscio, busso, volo, butta un carico…e dove la Ciampola, un donnone grande e grosso con sempre indosso l’inseparabile “pannuccia” unta bisunta, smerciava panini e vino a volontà ai beoni di Montevarchi.
Nei caldi e sonnolenti pomeriggi, l’incessante frinire delle cicale faceva da sfondo alle colorite imprecazioni dei giocatori niente affatto tenere verso Iddio, la Madonna e tutti i Santi.
Non era un paesaggio incantato, ma con gli altri bambini si trovava il modo di fantasticare. Un giorno, aggirando la ferrea disciplina che si respirava nella Colonia, ci allontanammo per guardare una vecchietta che stava pescando anguille in un affluente lì vicino e ci accorgemmo che l’acqua del fiume era diventata improvvisamente nera. E così rimase a lungo.
–  Il bidello della scuola ne ha fatta un’altra delle sue!-
Esclamò un bambino scatenando una ridda di possibili cause.
– Ha versato l’inchiostro dei calamai nel fiume!-
– Sono stati i briganti delle colline che, rubato il carbone ai carbonai, lo hanno fatto poi cadere  in acqua! Sosteneva Giovannino con l’aria di saperla lunga.
– Ho sentito parlare in casa mia delle “camicie nere”, mica le avranno lavate con AVA? Si chiedeva Pierino attento seguace delle avventure del pulcino Calimero, che con lo slogan “Ava come lava” magnificava il detersivo a Carosello.
Un altro bambino, dall’aspetto rubizzo, era convinto che “l’omo nero”, tanto temuto in quei tempi e chiamato spesso in ballo per mettere in riga noi bambini, avesse fatto il bagno!
Da parte mia, in quanto costretto ad ascoltare nelle veglie serali racconti di streghe, spiriti e fantasmi  c’era la convinzione che fosse frutto di una pozione di una fattucchiera, mediante la  quale si “sverniciava” i gatti neri, ritenuti forieri di disgrazie.
Fummo subito richiamati all’ordine ed il solo fatto di essersi avvicinati a quell’affluente, determinò con nostra grande sorpresa una punizione. Le nostre supposizioni erano infondate? Cosa c’era di così misterioso in quello strano fiume dall’acqua nera?
Finita la vacanza ci portammo dietro il nostro dilemma, mentre da parte sua il grande fiume portò con sé e riversò in mare tutti i misteri di quell’estate e non solo…ed il mistero più grosso fu quello di capire perché per molti anni ancora si permise, impunemente, all’allora fiorente industria del cappello di riversare nel fiume dopo la conciatura delle pelli, ingenti quantitativi di sali di mercurio, responsabili della colorazione nera dell’acqua ed altamente inquinanti.
Dimenticavo le tipiche anguille…all’argento vivo! La vecchietta una volta pescate le avrebbe, ahimè, vendute a caro prezzo visto il “nobile” contenuto, al mercato settimanale del giovedì!!!