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“Donna Arno” di Lesina Vuono

Maestosa nella figura, regale nel portamento, orgogliosa e fiera nel linguaggio, incuteva timore e pretendeva rispetto. Custode di credenze e saperi dal fascino antico, donna Arno, così la chiamavano, canestraia per professione ma fattucchiera per vocazione, era conosciuta da tutti nel borgo per la sua facoltà di togliere il malocchio. A tutti una volta o l’altra era capitato di aver avuto bisogno di lei e della sua cura: per un mal di testa che non passava, per una nausea persistente o per un progetto dai risultati pessimi ognuno ricorreva sempre alla medesima soluzione: donna Arno! E lei tutti sapeva accontentare. Le bastava ascoltare i mali di chi le stava di fronte, pronunciare silenziosamente le parole dal significato solo a lei noto, imporre le mani sulla fronte del malcapitato di turno e poi mandare tutti a casa assegnando la sua prescrizione: riempire una bacinella con dell’acqua e un pizzico di sale, sciacquarsi con questa pozione il viso e poi buttarsela alle spalle, cosi da lasciarsi indietro con essa il male e tutti i dispiaceri. E funzionava, accidenti se funzionava! Donna Arno sapeva proprio bene ciò che faceva e seppur sbrigativa nei modi, a volte teneri, a volte molto rudi, sapeva comunque catturare la fiducia e l’attenzione degli altri usando se stessa e la sua figura imponente come unico strumento di lavoro. Lei era donna Arno, la sua fama la precedeva e si commentava da sé: era colei che “liberava”, e questo bastava. In realtà, il modo in cui essa avesse imparato a praticare si perdeva tra i ricordi della sua memoria, e formule e rituali accompagnati da strani canti e litanie erano reminescenze di ciò che aveva appreso dai suoi avi, in una notte di Natale ormai remota. Altro non si sapeva di questa figura così tanto nota alla gente del luogo eppure così misteriosa e nessuno, seppur curioso, osava interrogarla circa la sua storia e la sua vita limitandosi a chiederne i servigi con creanza, mormorando fra sé idee e supposizioni. Mescolarsi fra la gente dando di che parlare non era, del resto, abitudine di questa donna che semplicemente si dedicava a trascorrere la sua vita ordinaria con lentezza, vendendo e fabbricando panieri, cesti e canestri. Un lavoro duro, il suo, che riguardava l’intreccio di vimini, giunchi o canne e prevedeva una singolare abilità manuale, da lei esercitata con maestria seguendo gli antichi precetti delle donne che nella sua famiglia l’avevano preceduta. Giorno dopo giorno, in effetti, da che ne aveva avuto la forza e la facoltà, era stata iniziata dapprima alla ricerca e alla raccolta delle materie, poi alla loro lavorazione, che era lunga quanto faticosa e meticolosa. Così, dalla primavera all’inverno, donna Arno era solita trascorrere le sue mattinate lungo le paludi del fiume, che perlustrava pazientemente per tratti lunghi e tortuosi andando alla ricerca dei suoi preziosi arbusti. Solitaria, sceglieva con cura i rami più forti e più belli, li affastellava e li lasciava macerare per il tempo necessario la dove l’acqua scorreva più limpida, per poi trasportare il carico a braccia fino alla sua casa giù al borgo, dove trascorreva, operosa, lunghe ore alle prese con le sue ceste, che creava laboriosamente, intreccio dopo intreccio. Nient’altro che a questo si riduceva la vita di donna Arno: di giorno canestraia e al vespro fattucchiera, in mezzo c’era il fiume. Proprio quel fiume che lei tanto amava e conosceva palmo a palmo, era il testimone più fedele di quello che era stata: le sue sponde l’avevano vista bambina, giovinetta dal cuore colmo d’amore e poi adulta che dopo i mali portati dalla guerra aveva imparato a soffocare lacrime e dolori. Eh si! Questi i pensieri che attraversavano la mente di donna Arno quando in quell’umida mattina autunnale in piedi sulla riva, guardava qualcosa che galleggiava nell’acqua lentamente. Era vecchia ormai e sentiva che presto la sua vita sarebbe volta al termine, ma se era vero che con lei sarebbe finita una stirpe non avrebbe avuto fine ciò per cui la sua famiglia era nota: la cura. Quella non sarebbe finita! Donna Arno, ci aveva già pensato e da tempo aveva scritto tra le pagine di un taccuino ciò che per generazioni era stato tramandato oralmente. Da anni conservava quel tesoro in un bel cestino che lei stessa aveva intrecciato e che solo oggi aveva scelto di consegnare a chi più di ogni altro avrebbe saputo custodirlo: al fiume, la cui acqua, fonte di vita, avrebbe trascinato lontano. Un giorno, sperava donna Arno, quel taccuino sarebbe arrivato a qualcuno dall’animo puro che credendo nel messaggio in esso contenuto ne avrebbe seguito i dettami. Così, in un modo nuovo, tutto avrebbe potuto ricominciare. Quando il cestino non fu più visibile al suo sguardo, stanca, ma serena, voltò le spalle al fiume e si avviò verso casa. Era il primo novembre 1966, donna Arno aveva settantasette anni e mai avrebbe potuto immaginare che mezzo secolo dopo qualcuno avrebbe ancora raccontato di quel taccuino, della donna che lo aveva scritto e del fiume che lo aveva trasportato.

fonte immagine: www.archiviosonoro.org, autore Franco Pinna