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“Bisogna muoversi” di Anna Bartoli

­- Bisogna muoversi, su, è tardi! Son già tutti scesi!
Pioveva.
Pioveva oramai da qualche giorno e Angiolo si stava annoiando.
Avrebbe voluto uscire, incontrare Bista, il suo migliore amico. Giovanni Battista, così era stato
battezzato, ma nessuno, neanche i suoi genitori lo avevano mai chiamato così: era un nome troppo
lungo, troppo “da signore”.
Con Bista andavano a catturare le ranocchie sul greto del fiume, staccavano la coda alle lucertole
quando d’estate il caldo era forte, i grandi facevano la pennichella e non guardavano dove andavano i
ragazzi.
Bista era robusto, amava mangiare e si vedeva. Teneva sempre in tasca un tozzo di pane: ”Nnon si sa
mmai”, diceva, incespicando un po’ sulle parole.
Ma ora non si poteva uscire e la casa sembrava piccola ad Angiolo. Piccola lo era davvero, ma era l’unica
casa che avesse mai conosciuto. E gli andava bene così. Bista, per esempio, stava in casa con nonni e zii,
c’era sempre confusione da lui, ed anche poco da mangiare. Per questo forse lui teneva così tanto al
cibo. Angiolo smaniava: uscire, anche con la pioggia, basta, le gambe gli facevano male per l’inerzia.
­ Angiolo, Angiolo, vieni! Guarda, un cavallo in via Roma!
Dina era alla finestra e lo chiamava con la sua vocetta da bimba. Un cavallo? Era impazzito? Angiolo corse
accanto alla sorella e lo vide.
Inseguito da tre uomini, il cavallo galoppava, si fermava, nitriva, ripartiva sgroppando…di qua, di là.
Braccato, bloccato sembrava spronato dalla paura. Angiolo lo riconobbe: era quello di Gosto, il
barocciaio.
­ Si vede che i ​ baturli ​ l’hanno spaventato ed ha sfondato la porta della stalla!
Affascinato, Angiolo non staccava gli occhi dall’animale. Cosa si prova a scappare da tutto ciò che si
conosce, ad andare incontro a un mondo freddo, lasciando il tepore del rifugio abituale? Quanta paura ci
vuole per farlo?
Certo, questi non erano pensieri consapevoli. Era più un malessere, che Angiolo condivideva con
l’animale. Mentre era lì, dietro ai vetri, all’improvviso sembrò che il cavallo sentisse la sua presenza. Si
fermò e per un lungo istante i loro occhi si incontrarono.
Sgomento.
Panico.
Tristezza infinita.
­ Angiolo, ti guarda!, disse Dina.
­ Che dici, Dina, sarà!
“Chissà Bista cosa dirà quando glielo racconterò…” si disse il bambino, pregustando già la faccia stupita e
invidiosa dell’amico, che non aveva assistito all’evento.
­ Bisogna muoversi, su, è tardi! Son già tutti scesi!
La mamma era sulla soglia, con il cappotto buono, quello della domenica: non lo voleva lasciare in casa.
Le mani impicciate dalle valigie, ben strette dallo spago; la piccola Dina attaccata alla gonna, come
sempre. Il babbo era andato a cercare un mezzo per spostarsi, salir in collina e non era ancora tornato.
Angiolo era in camera sua. O meglio, nella camera che condivideva con Franco, il cuginetto orfano che
viveva con loro. Non sapeva decidersi ad alzarsi dal suo lettuccio. Si guardava intorno: le pareti con la
carta a roselline rosa, che aveva sempre odiato ora gli sembravano bellissime; lo scaffalino con i suoi
fumetti, i suoi album da disegno… la foto della Comunione: un omino tutto impettito, con le gambette
secche secche che spuntavano dai pantaloncini al ginocchio (sfregato e lindo per l’occasione).
Il fiume era gonfiato, si diceva che una diga aveva ceduto.
Lui non capiva: il ​ suo​ fiume non era così, non era pericoloso. Con Bista ci facevano il bagno, pescavano le
grasse anguille da friggere in padella, si nascondevano tra i canneti sulle rive per giocare a nascondino, ci
andavano a spiare le ragazzine, quando facevano i loro “picnicche”…
Gli tornò in mente così, all’improvviso quel muso, quegli occhi liquidi e capì la tristezza, la malinconia, lo
spaesamento. Erano i ​ suoi​ occhi ora, umidi per le lacrime trattenute, a cercare una ragione, un conforto.
Ma non li trovava, in fondo era solo un bambino. Si alzò e raggiunse la mamma e Dina, chiudendo
accuratamente la porta dietro di sé.

Disegno: Federica Bozza