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“Amore oltre i confini” di Silvia Berti


Più il pullman si allontana dalla stazione e più mi cresce dentro un’emozione mista tra eccitazione e paura. Lo zaino, contenente i miei abiti più vecchi e pesanti, è riposto sotto il sedile. Mentre la corriera procede lenta e sicura ripenso alla sorpresa delle mie amiche alla notizia che l’indomani sarei partita per Firenze e al fuoco di fila di domande. “Firenze?! Ma cosa ci vai a fare?”. “Ho sentito dire che è molto pericoloso!”. “Brava! Vorrei avere il tuo coraggio…”. Mia madre era rimasta in silenzio mentre mio padre mi aveva sorriso dicendomi che era fiero di me.
Percepisco un movimento, mi sveglio e nella penombra della camera, mi sembra di intravedere la luce riflessa dei fari delle auto che scorrono lungo la strada. Dalla frequenza del traffico potrebbe essere intorno alle tre del mattino, il momento più silenzioso della notte e quello in cui tutto appare irrimediabile.
Click .. pssss… il rumore lentamente continua la sua danza ritmata. Domani grande riunione di famiglia! Marta deve affrontare il viaggio più lungo. Si è ormai definitivamente stabilita a New York quattro anni fa con il marito e il piccolo Amos. Sono felice che adesso si trovi lì. Per anni ho temuto per la sua vita. Il suo senso di giustizia e la sua anima ribelle l’hanno portata ovunque esisteva la necessità di aiutare, difendere e sostenere i diritti delle donne: Israele, Afghanistan, Siria, ecc. In Palestina ha conosciuto suo marito Hadas e, dopo mesi d’incertezza e, finalmente, la concessione dell’asilo politico, lo ha raggiunto in America. La mano guantata del sonno mi accarezza.
Sono partita di buon’ora, non è facile pedalare imbacuccata con doppio strato di maglioni, pantaloni pesanti e un po’ rigidi, i miei vecchi scarponi da cercatrice di funghi e lo zaino riempito di pane bianco, formaggio e acqua. Osservo il gran fermento tra gli uomini e le donne lungo la strada, ingombrata dai mezzi pesanti dell’esercito in lento movimento quando, improvvisamente, mi appare in tutta la sua terribile maestosità l’Arno, una lunga voragine marrone al posto del sinuoso corso argenteo che rifletteva gli eleganti palazzi, affacciati lungo le spallette. Il fiume pochi giorni fa ha spezzato gli argini, prendendosi con la forza di un uragano, uno spazio che non gli spettava.
In alto, le deliziose piccole terrazze affacciate sul fiume, disordinatamente disposte a incorniciare l’incanto degli innamorati, si nascondono sotto tetti rossi minuscoli, territori ormai conquistati definitivamente da gatti aristocratici, elevati a una dimensione distaccata da quella vissuta dai loro amici di strada. In basso, disperazione e lacrime, un mantello di fango pesante come un tappeto molto antico e usurato che ricopre la città, forse in procinto di scivolare giù, fino a scomparire, nelle viscere della terra. Nei giorni successivi ho condiviso fatica e lavoro con persone che non avrei mai potuto conoscere in una sola vita, provenienti da tutti i luoghi, con il fango su volti e capelli, a renderci tutti uguali, irriconoscibili. La mia prima esperienza di volontariato si è ritagliata un posto nel mio cuore e nella mia anima. Il corso del fiume, lo scorrere lento rotto da rapide improvvise, pescaie e anse, è la metafora perfetta della vita. Gioie e dolori che convivono, dietro la curva del fiume ecco improvvisamente una rapida che ci trascina giù fino all’ansa successiva, dove il fiume si placa e tutto diventa lento e rassicurante. Penso ai figli e alla gioia negli occhi di Marco, quando li ha visti per la prima volta. Gli stessi occhi che scrutavano nel fango e che mi toglievano il respiro mentre le sue braccia forti mi accoglievano nei momenti in cui, distrutta dalla fatica e dalla cieca disperazione di non riuscire a salvare quasi niente, mi sussurrava che tante gocce fanno un oceano. Da allora abbiamo condiviso la stessa bramosia di emozioni e vita.
Click .. pssss… il rumore continua a scandire il tempo. Nel punto dove si affacciano le finestre della mia camera, il fiume fa un’ampia curva verso destra. Parallelamente al corso, c’è un sentiero dove sembra di essere lontani dalla città e si sente solo lo scorrere dell’acqua che corre verso sud. Lo abbiamo percorso innumerevoli volte in bicicletta, con Andrea e Luca che ci precedevano e Marta che dormiva sul seggiolino davanti, in quelle dolci serate pre-estive, con l’aria tiepida e il cielo ancora terso, lontano dalla calura estiva tipica di Firenze che rende faticosa ogni attività.
Andrea vive a Londra con Asha, conosciuta durante l’Erasmus in Islanda. Attivista dei diritti internazionale degli immigrati, figlia lei stessa d’immigrati etiopi, lo ha coinvolto con passione e determinazione nella sua ricerca di giustizia. Io e i miei tre nipoti parliamo un’improbabile lingua mista tra italiano e inglese che tanto li diverte! Luca, vive qui a Firenze ed è l’artista di famiglia. Insegna canto e musica ai bambini e ogni volta mi descrive la gioia dei bambini e, di come lui stesso si diverta moltissimo. Adoro ascoltare la sua voce che mi tiene compagnia e gli brillano gli occhi mentre racconta. Lo stesso senso di solidarietà che ha fatto innamorare me e mio marito, ha trovato un posto nella vita di ognuno di loro. Domani saranno tutti qui a salutarmi e, anche se ormai incapace di muovermi e parlare, sono molto felice della vita che ho vissuto e orgogliosa di loro. Sento di potermi accomiatare da loro con serenità quando decideranno di staccare il respiratore. Mi addormento immaginandomi di sorridere.